L’arte dei bentō giapponesi, tra tradizione e design
Se hai avuto la fortuna di vedere i cartoni animati negli anni ’70, ’80 o ’90, ti sarà capitato di notare qualche scena in cui uno dei protagonisti tirava fuori una scatolina riempita di cibarie dalle forme e dai colori bizzarri. Tale scatolina è il bentō, quella che a Milano chiamerebbero schiscetta.
Ma in Giappone il bentō non è soltanto un pranzo confezionato: è un’arte che riflette la cultura, il rapporto con il cibo e l’importanza della bellezza anche nelle piccole cose. Curato nei dettagli, bilanciato nei sapori e presentato con eleganza, il bentō racchiude in una scatola la filosofia giapponese dell’armonia.
Se stai pianificando un viaggio in Giappone, nella lista delle “cose da fare assolutamente” dovresti inserire anche l’esplorazione del fantastico mondo dei bentō. Poco importa che si tratti di semplici pranzi recuperati di fretta in un konbini di Osaka o di raffinati ekiben acquistati mentre aspetti di salire sullo Shinkansen. Ogni bentō ha una storia da raccontare!
Le origini del bentō in Giappone
Partiamo dall’inizio!
Il termine bentō deriva dal cinese e significa “conveniente”. La diffusione in Giappone dell’abitudine di avere una sorta di pranzo al sacco risale al periodo Kamakura (1185–1333), quando i guerrieri e i contadini portavano con sé riso e pesce in piccoli contenitori.
Durante il periodo Edo (1603–1868), il bentō divenne parte integrante della vita urbana: comparvero i makunouchi bentō, serviti agli spettatori nei teatri di kabuki, e si diffusero le scatole laccate di grande pregio. Nel periodo Meiji (1868–1912), con l’arrivo dei treni e delle lunghe tratte ferroviarie, nacquero gli ekiben, i bentō che ancora oggi si vendono nelle stazioni.
Al di là di queste versioni “pubbliche”, la preparazione del bentō è un’abitudine viva anche nel privato, tant’è che su YouTube esistono innumerevoli video di mamme e mogli (ma anche mariti) che preparano il bentō per il pranzo a scuola dei propri bambini o per quello in ufficio dei propri partner. In più, le scatole dei bentō sono diventate oggetto di collezione grazie ai design sempre più variegati e innovativi.
L’arte del bentō: estetica e filosofia
All’inizio di questo articolo ho paragonato il bentō alla schiscetta. In realtà i due hanno in comune solo la funzionalità. Il bentō infatti è più di semplice cibo messo in un contenitore trasportabile.
Ogni bentō risponde sempre a tre principi fondamentali della cultura gastronomica giapponese:
- L’equilibrio nutrizionale: riso, proteine, verdure e sottaceti vengono bilanciati con attenzione.
- L’armonia visiva: colori e forme sono importanti e i cibi vengono scelti e combinati in modo da creare composizioni che soddisfino l’occhio oltre al palato.
- La stagionalità: ingredienti e decorazioni sono sempre in linea con il susseguirsi delle stagioni, celebrando la natura. È così che, ad esempio, durante il momiji troveremo castagne e funghi, mentre in occasione dell’hanami ci sarà l’okara denbu, un condimento a base di soia dal color rosa che ricorda i fiori di ciliegio.
Insomma, un bentō ben fatto non è mai casuale: è pensato per nutrire il corpo, per compiacere gli occhi e lo spirito, e anche per trasmettere cura del dettaglio. E a ciò concorre anche la scelta del contenitore: esistono bentō-bako in plastica, acciaio, legno di cedro o laccato, bentō decorati e bentō minimalisti. La scelta dipende dagli ingredienti, dalla stagione, e anche dalla personalità di chi lo prepara o di chi lo utilizza.
Le principali tipologie di bentō
L’avrai ormai capito: il mondo dei bentō è sorprendentemente vasto. E allora ecco alcune delle tipologie più diffuse:
- Makunouchi bentō: il più tradizionale, con riso bianco, pesce grigliato, carne, sottaceti, uova e verdure, tutto diviso in piccoli scomparti.
- Hinomaru bentō: semplicissimo ma iconico, con riso bianco e un umeboshi (prugna in salamoia) al centro, che ricorda la bandiera giapponese.
- Kyaraben (Character Bentō): nati negli anni ’80, sono bentō decorati per sembrare personaggi di cartoni animati, animali o figure kawaii. Oggi sono amatissimi dai bambini e popolari su Instagram.
- Shidashi bentō: bentō preparati da ristoranti o catering e consegnati per eventi, cerimonie o riunioni.
- Ekiben: i bentō delle stazioni ferroviarie.
Gli ekiben: un viaggio nel viaggio
Nel tuo viaggio in Giappone, gli ekiben rappresenteranno la porta di accesso ai bentō.
Il nome nasce dall’unione di eki (stazione) e bentō e ogni stazione offre i propri, legati ai prodotti locali. Ad esempio, a Kanazawa puoi gustare i bentō con granchio fresco, a Sendai domina la carne di manzo gyūtan, mentre in Hokkaidō non mancano salmone e ikura (uova di salmone).
La loro popolarità è fortemente legata alla diffusione dei viaggi in treno: il Giappone ha un sistema ferroviario efficiente e non è raro che i giapponesi si spostino su rotaie non solo per motivi di lavoro ma anche per turismo. Mangiare un ekiben mentre si viaggia, magari sullo shinkansen, è parte integrante dell’esperienza.
Addirittura, molti viaggiatori cercano in tempo reale recensioni e classifiche degli ekiben più famosi nelle diverse stazioni. Per non rimanere senza connessione durante il tuo soggiorno, la soluzione ideale è noleggiare un Pocket Wifi. Con un Pocket Wifi avrai internet illimitato ovunque in Giappone, potrai consultare le mappe, trovare le stazioni con i migliori ekiben, tradurre i menù e condividere subito foto e video delle esperienze culinarie.
Dove comprare i bentō in Giappone
Se gli ekiben si trovano in tutte le stazioni, altri bentō sono facilmente reperibili in supermercati, minimarket (konbini) e negozi specializzati.
7-Eleven, Lawson e FamilyMart offrono una vasta gamma di bentō a prezzi accessibili, mentre i depachika (food hall nei grandi magazzini) sono un vero paradiso per versioni più raffinate e di alta qualità.